Beppe Grillo il rottamatore
Ricordate la rottamazione? All’origine del significativo terzo posto conquistato da Beppe Grillo alle elezioni politiche (terzo, non secondo, non primo; terzo) c’è un dato importante che durante la campagna elettorale il centrosinistra di Pier Luigi Bersani ha dimostrato di non aver compreso con sufficiente chiarezza. Il dato riguarda quella che è stata l’arma più efficace scelta dal comico genovese per aggregare attorno al proprio movimento un flusso trasversale di elettori ed è un’arma che, seppure con altre sfumature, durante la corsa per le primarie tentò di utilizzare anche Matteo Renzi. La rottamazione, già.
7 AGO 20

Ricordate la rottamazione? All’origine del significativo terzo posto conquistato da Beppe Grillo alle elezioni politiche (terzo, non secondo, non primo; terzo) c’è un dato importante che durante la campagna elettorale il centrosinistra di Pier Luigi Bersani ha dimostrato di non aver compreso con sufficiente chiarezza. Il dato riguarda quella che è stata l’arma più efficace scelta dal comico genovese per aggregare attorno al proprio movimento un flusso trasversale di elettori ed è un’arma che, seppure con altre sfumature, durante la corsa per le primarie tentò di utilizzare anche Matteo Renzi. La rottamazione, già. Grillo, in effetti, in questi mesi, complice anche l’uscita di scena del sindaco di Firenze, è stato l’unico competitor che si è fatto in tutto e per tutto strumento di un messaggio che sarebbe superficiale etichettare sotto la generica categoria della famigerata antipolitica; ma che al contrario contiene un messaggio che più politico non potrebbe essere. Il messaggio è quello di chi propone un’alternativa precisa a tutti coloro che in questi anni hanno osservato i vecchi partiti con lo spirito morettiano di chi dentro di sé pensava che “con questi dirigggenti non vinceremo mai”; e di chi dentro di sé ragionava sul fatto che fosse centrale per il futuro del paese mandare a casa la vecchia classe dirigente (di destra o di sinistra, poco cambia).
Grillo, in questo senso, ha avuto successo anche perché è riuscito a imporre questo paradigma e, in assenza di Renzi, è diventato l’unico in grado di avere una certa credibilità nel ruolo di portavoce di tutti coloro che sostengono che in Italia ci sia una classe politica che ha fallito e che per questo deve andare a casa. Renzi, a suo modo, aveva capito che non intercettare quest’onda avrebbe equivalso a non rappresentare una parte importante del paese. E non è un caso che all’origine della popolarità del sindaco ci sia la sua richiesta di rottamare quella vecchia classe dirigente identificata come il simbolo del fallimento di una generazione (non penserete mica che Renzi sia diventato Renzi solo perché citava Morando e Ichino, no?). Renzi, a differenza di Grillo, ha avuto l’accortezza di associare alla parola “rottamazione” non un generico “vaffanculo” ma una precisa piattaforma politica. Ma una volta scomparso di scena Renzi quella piattaforma e quell’impostazione sono state rottamate dal Pd. A sinistra qualcuno ora se ne sta accorgendo (anche Ezio Mauro ieri in riunione di redazione ha detto che “alcune delle tematiche di Grillo potevano essere tranquillamente agitate dalla sinistra”). E chissà che adesso attorno a Bersani non ci si stia rendendo conto che per non lasciare nuove praterie a Grillo non si può più rinunciare alla rottamazione senza vaffa.